ALLA RICERCA DI UN PORTO SICURO: PERCHE’ NE ABBIAMO COSI’ BISOGNO?
Tutti noi, fin dal primo istante di vita, cerchiamo un “porto sicuro”. Un luogo, fisico o emotivo, dove sentirci protetti, accolti e al riparo dalle tempeste della vita. Non è un caso che lo psicologo Abraham Maslow, nella sua Piramide dei Bisogni , abbia posto la sicurezza subito dopo le necessità fisiologiche come respirare e mangiare. Senza una base sicura, è difficile, se non impossibile, aspirare all’amore, alla stima e alla piena realizzazione di sé.
Ma cosa significa, davvero, “sentirsi al sicuro”?
Non si tratta solo di avere un tetto sopra la testa o stabilità economica. La sicurezza è una sensazione che affonda le sue radici nelle nostre esperienze più precoci. È il riflesso delle braccia che ci hanno accolto da bambini, della voce che ci ha calmato, della certezza che, anche dopo un litigio o un errore, l’amore e l’accettazione non sarebbero venuti meno.
Questo bisogno di sicurezza si intreccia profondamente con le nostre prime relazioni di attaccamento. Le figure che si sono prese cura di noi diventano i nostri “oggetti interni”: modelli relazionali che interiorizziamo e che, per tutta la vita, influenzeranno il nostro modo di percepire noi stessi, gli altri e il mondo.
Se abbiamo avuto la fortuna di interiorizzare una base sicura, saremo più capaci di esplorare il mondo con fiducia, di gestire le frustrazioni, di costruire relazioni sane e di tollerare l’incertezza. Sapremo, in fondo all’anima, di avere un “porto interiore” a cui tornare.
Ma cosa succede quando questa sicurezza è mancata? Quando l’ambiente è stato imprevedibile, trascurante o invalidante? Spesso, l’insicurezza si manifesta sotto mentite spoglie:
🔹 Ansia costante: la sensazione che qualcosa di brutto stia per accadere.
🔹 Bisogno di controllo: il tentativo di governare ogni dettaglio per prevenire imprevisti.
🔹 Difficoltà nelle relazioni: la paura dell’abbandono o, al contrario, la tendenza a tenere gli altri a distanza per non essere feriti.
🔹 Autocritica: un giudice interiore che non perdona, perché non abbiamo mai imparato a sentirci al sicuro nemmeno da noi stessi.
Riconoscere queste dinamiche è il primo passo verso la consapevolezza dell’importanza di individuare un proprio posto al sicuro. Il percorso terapeutico, in quest’ottica, diventa uno spazio dove è possibile costruire – a volte per la prima volta – una relazione di fiducia. Un luogo protetto dove esplorare le proprie paure, dare un nome alle proprie ferite e, gradualmente, costruire quella base sicura interiore che non abbiamo avuto.
Non è mai troppo tardi per trovare il proprio porto sicuro. A volte, abbiamo solo bisogno di una mappa e di qualcuno che ci accompagni nel viaggio per disegnarla.
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