Dottssa Annarita Lutzu_La memoria corporea e i traumi preverrai

IL CORPO NON DIMENTICA: La Memoria Corporea nel percorso di trattamento del Trauma

A volte ci troviamo di fronte a un dolore che le parole faticano a esprimere. Un’angoscia inspiegabile, un senso di allarme costante, reazioni emotive intense che sembrano sproporzionate rispetto alla situazione presente. “Non so perché mi sento così”, è una frase che sentiamo di frequente.

La risposta, talora, non si trova nella memoria esplicita, quella che ci permette di raccontare una storia in ordine cronologico. Si trova, invece, in un luogo più profondo e silenzioso: il corpo .

Nella mia pratica clinica, do un valore significativo a ciò si chiama memoria corporea (o memoria somatica). Quando viviamo un evento traumatico, soprattutto se questo accade in un’età precoce in cui il pensiero verbale non è ancora pienamente sviluppato, la nostra mente può mettere in atto potenti meccanismi di difesa come la rimozione o la dissociazione . È un modo per proteggerci da un dolore altrimenti intollerabile. L’esperienza viene “dimenticata”, ma non svanisce. Viene iscritta nel corpo.

Il trauma si deposita nel nostro sistema nervoso, nei muscoli, nel respiro, nella postura. Si manifesta come:

  • Tensioni croniche inspiegabili: dolori a collo, schiena, mascella serrata.
  • Sintomi fisici ricorrenti: mal di testa, problemi gastrointestinali, disturbi del sonno.
  • Ipervigilanza: un costante stato di allerta, come se il pericolo fosse sempre imminente.
  • Reazioni di trasalimento esagerate: sobbalzare a ogni rumore improvviso.
  • Difficoltà respiratorie: un respiro corto e affannoso, come se mancasse sempre l’aria.

Questi non sono “solo sintomi fisici”. Sono frammenti di memoria non elaborata . Sono il linguaggio pre-verbale con cui il nostro mondo interno cerca di comunicare una sofferenza che non ha ancora trovato le parole. Il corpo, in questo senso, diventa il palcoscenico su cui viene riattualizzato un dramma antico e non risolto.

Nel percorso psicoterapeutico, il nostro obiettivo non è semplicemente “liberare” la tensione, ma comprenderne il significato . Non si tratta di fare ginnastica o massaggi, ma di creare uno spazio sicuro in cui il paziente possa:

  1. Ascoltare: Imparare a prestare attenzione a queste sensazioni corporee senza giudizio. Invece di dire “Ho mal di stomaco”, possiamo iniziare a chiederci: “Cosa sta cercando di dirmi questo nodo allo stomaco? Quando è comparso? A quale emozione è collegato?”.
  2. Collegare: Attraverso la relazione terapeutica, possiamo iniziare a tessere un filo tra la sensazione fisica di oggi e l’esperienza emotiva di ieri. Quel pugno nello stomaco potrebbe essere la paura provata da bambini. Quella gola stretta, le parole mai dette.
  3. Simbolizzare e Nominare: Il passo fondamentale è tradurre la sensazione in pensiero, emozione e, infine, in parola. Dare un nome a ciò che si prova è un atto trasformativo potentissimo. Permette di spostare l’esperienza da un “agito” corporeo incontrollabile a un “pensato” condivisibile e quindi elaborabile. È il passaggio dalla pura sensazione alla narrazione, che ci restituisce un senso di padronanza sulla nostra storia.

Il trauma ci frammenta, separando la mente dal corpo, i pensieri dalle emozioni. La terapia è un percorso di ri-connessione e integrazione . Ascoltare il corpo non significa rivivere il trauma in modo brutale, ma permettere a quelle parti scisse di noi di tornare a casa, di essere viste, accolte e integrate in una narrazione personale più coesa e compassionevole.

Il corpo ricorda. E nel suo linguaggio silenzioso, custodisce non solo la ferita, ma anche la mappa per la guarigione. Il nostro compito, insieme, è imparare a leggerla.

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